I Fiori del Male, capolavoro della modernità

I fiori del male libro con stampa Zoa Studio

Con I Fiori del Male di Charles Baudelaire continuiamo una “combo letteraria” di due settimane. Se ricordate, la scorsa settimana abbiamo parlato della nascita del romanzo gotico.

Sicuramente I Fiori del Male hanno anch’essi degli elementi decadenti e goth ma questa volta li troviamo in poesia. E che poesia! Oggi, 25 giugno, in occasione dell’anniversario dell’uscita di quest’opera, vi raccontiamo la sua genesi, il suo creatore e le tematiche.

L’autore

Nato nel 1821, Charles Baudelaire, orfano di padre a 6 anni, visse una relazione conflittuale con il patrigno, il generale Aupick. Espulso dal liceo Louis le Grand per il suo atteggiamento ribelle nei confronti dell’autorità, ottenne tuttavia il diploma di maturità e scelse una vita bohémien nel Quartiere Latino di Parigi.
Nel 1841 si imbarcò per le Indie. Di questo viaggio, l’unico che farà senza finirlo, conserverà molteplici impressioni che lo ispireranno in alcune sue opere.

Tornato a Parigi nel 1842, Charles Baudelaire condusse una vita dissoluta e iniziò a sperperare l’eredità ricevuta dal padre quando raggiunse la maggiore età. Posto sotto tutela legale dalla sua famiglia, divenne, per vivere, giornalista e critico d’arte.

All’epoca divenne un estimatore delle opere di Eugène Delacroix e Edgar Allan Poe, e di quest’ultimo tradusse addirittura alcuni lavori. Iniziò quindi a scrivere poesie che pubblicò su riviste che, tuttavia, incontrarono poca risonanza pubblica.
Nel 1857, Baudelaire pubblicò la sua opera principale, la raccolta di poesie Les Fleurs du Mal, tradotto letteralmente in italiano con I Fiori del Male. L’opera venne subito condannata “per aver offeso la morale pubblica “.

Con il suo editore, Baudelaire dovette pagare una pesante multa e cancellare alcuni passaggi. Nel 1860 pubblicò Les Paradis Artificiels, poi l’anno successivo una nuova versione di Les Fleurs du Mal, da cui vennero rimosse sei poesie controverse.

Malato di sifilide, emiplegia e afasia, morì nel 1867.

La genesi e la storia

Tra il 1841 e il 1845 Charles Baudelaire scrisse alcune poesie (una decina) per i “Fleurs du Mal”. A quel tempo, Baudelaire non pensava di fare una collezione, ma nel 1845, questa idea germogliò in lui, con il titolo “Lesbiennes”.

Questo titolo sarà abbandonato, e sostituito nel 1848 da un titolo più misterioso, “Les Limbes” (il Limbo, come sappiamo, è uno spazio intermedio dove dimorano le anime non battezzate), e sotto questo titolo appariranno undici testi nel 1851.

Ma Baudelaire deciderà ancora una volta di cambiare, perché un altro poeta stava già usando in contemporanea questo titolo. Andò quindi alla ricerca di uno nuovo, e fu nel 1855 che apparve il titolo finale: “LesFleurs du Mal”.

Questo titolo sarebbe stato trovato da un amico di Baudelaire: Hyppolite Babou, e se Baudelaire lo ha mantenuto è perché corrispondeva profondamente alla sua estetica: “estrarre la bellezza del male”. Questo titolo è paradossale, perché di solito il male non fa nascere la bellezza. Ma per Baudelaire, tutti questi fiori che derivano dalla sofferenza, sono una designazione metaforica delle sue poesie. È sotto questo titolo che nel 1855 appariranno diciotto poesie nella rivista letteraria “Revue Des Deux Mondes“.

Nel 1861 apparve una seconda edizione che si sarebbe arricchita di trentadue poesie. L’opera conta in quell’anno centoventisei testi, poiché sei sono stati rimossi durante il processo. La comparsa della sezione “Tavole parigine” determina un cambiamento nell’ordine della raccolta (la sezione è composta da diciotto poesie).

Questa seconda edizione è quella che serve come riferimento, anche oggi (ma, per fortuna, ci sono anche le sei poesie condannate).

La struttura dell’opera.

I Fiori del Male si articolano in diverse parti. Vediamole insieme.

1. Spleen et Idéal: E’ la parte più lunga (poesie da 1 a 85). Contiene un doppio postulato: da una parte l’inferno, l’angoscia e dall’altra la felicità. La coscienza del poeta, in questa serie di poesie, oscilla tra questi due poli.

All’interno della sezione sono presenti diversi cicli: prime poesie (da 1 a 11 e da 17 a 21) che definiscono il ruolo e funzione del poeta. Poi ci sono i cicli femminili: poesie da 22 a 39 destinate a Jeanne Duval, poesie da 41 a 48 a Madame Sabatier, poesie da 49 a 58 a Marie Daubrun. Le poesie da 75 a 78, ciclo dello Spleen, vanno insieme perché hanno lo stesso titolo e parlano di malinconia e disperazione. La prima parte è considerata lo scheletro della raccolta perché la più lunga e perché contiene quasi tutti i temi della raccolta.

2. Tableaux Parisiens: (poesie dall’86 al 103): è questo gruppo di poesie che ha fatto di Baudelaire il padre della poesia urbana: una visione insolita e moderna della città e in particolare della pianura e dei lavoratori. È il primo a parlare della città nel poema. Fa di Parigi un’allegoria della sua anima.

3. Le altre quattro sezioni (Le Vin, Fleurs du Mal, Révolte e La Mort) appariranno come i diversi tentativi di sfuggire alla lacerazione della coscienza.
In Le Vin (poesie da 104 a 108) si cerca di utilizzare l’ubriachezza, uno dei paradisi artificiali di Baudelaire.

Fleurs du Mal (poesie da 109 a 117) tratta della dissolutezza come un altro mezzo per sfuggire al proprio disagio, un’allusione alla morte che è vista come allettante e spaventosa. Alla fine delle poesie, la morte viene vista come una soluzione efficace.

Tematiche ne I Fiori del Male

L’amore

Per Baudelaire l’amore può anche essere felice. Quando la donna diventa musa, ispiratrice, fonte di nuova bellezza ed esotismo, il trasporto è reale. Come abbiamo detto prima, possiamo intuire le presenze di tre donne nel libro: Jeanne Duval, sensuale amazzone con cui Baudelaire vive una tempestosa passione.

Marie Daubrun, figura dell’ideale inaccessibile, che preferì il poeta Théodore de Banville a Baudelaire.

E poi Apollonie Sabatier, figura angelica, che indica a Baudelaire la via per una possibile salvezza. Ma le donne possono anche essere prepotenti e causare dolore. Viene quindi paragonata al “vampiro”, perché priva il poeta del suo genio, distogliendolo dalla creazione. La misoginia di Baudelaire è pervasiva e rivelatrice dell’attrazione-repulsione che prova nei confronti delle donne, altro “fiore del male”.

Questa triade femminile è il soggetto del film del 2016 intitolato proprio I Fiori del Male ,disponibile su Amazon.

Il viaggio e il vino

È un tema ricorrente nel libro. Baudelaire sogna un “altrove” esotico, passato o futuro, perché ha un’avversione per il “qui” e il presente. La ricerca di un mondo lontano, a cui si accede attraverso la memoria , diventa una via di fuga che spinge il poeta su una traiettoria ascendente.
Anche il vino è un tema ricorrente.  Permette a Baudelaire di sublimare la banalità della quotidianità. L’ubriachezza diventa l’occasione per un viaggio interiore e una fuga.

Alchimia

È il motivo che struttura in profondità la riflessione baudelairiana intorno alla creazione poetica. Baudelaire si considera un alchimista che trasforma la bruttezza della realtà in bellezza: “Ho impastato il fango e ho fatto l’oro“, scrive nella sua poesia “Orgoglio”. Il poeta deve trasformare il reale attraverso il verbo, estraendone la quintessenza.

Ma l’arte alchemica presuppone un patto con il Diavolo, come racconta la leggenda di Faust.

Lo spleen

Ripercorre l’intera opera di Baudelaire.  “Spleen” in inglese significa “milza”, vale a dire la sede della bile nera, che Aristotele chiamava nei Problemata, “malinconia o umorismo nero”. Fin dall’antichità c’è stata un’equivalenza tra malinconia, genio e follia.

Baudelaire segue dunque le orme di Aristotele, conferendo alla milza connotazioni molto negative riferite all’angoscia, all’apatia (assenza di movimento) e all’abulia (assenza di volontà). “L’Ennui” è sinonimo di “Spleen” nella raccolta e diventa “il Nemico” contro il quale il poeta combatte invano.

Parigi

Questo è uno dei grandi temi del libro. Baudelaire elogia la sua città nei “Tableaux Parisiens”. In questa seconda sezione dell’edizione del 1861, Baudelaire esprime la sua nostalgia per la vecchia Parigi distrutta da Haussmann. Dipinge anche l’atmosfera strana e losca dei quartieri dove si incontrano assassini e prostitute. Parigi fece di Baudelaire uno dei primi poeti della modernità, per la predilezione per l’urbano, la velocità e l’artificio.

Il dandy

Secondo Baudelaire il dandy è “l’ultimo scoppio di eroismo nella decadenza. “

La sua raffinatezza sartoriale, la sua alta cultura letteraria, i suoi gusti estetici e la sua impertinenza si oppongono alla volgarità di un’epoca in cui il materialismo borghese detta le sue leggi.

Gli inglesi Brummell e Byron sono gli antenati del dandy baudelaireano, che spingono il principio dell’essere dandy ai suoi limiti.

La malattia e la prostituzione

È onnipresente nel libro, a cominciare dal titolo. Infatti, “male” può significare “malattia”, poiché Baudelaire dedica “questi fiori malaticci” a Gautier. Troviamo la poesia “la musa malata”, che indica chiaramente che Baudelaire riconosce nel morboso una certa bellezza.

Da degno poeta della modernità, cerca la bellezza dove la poesia classica non si è mai avventurata. Così, trova fascino nella magrezza, nei corpi tisici e androgini.

Anche la prostituzione, come la malattia, viene paradossalmente elogiata in poesie come “La Muse vénale” o “Le Crépuscule du soir”. Per Baudelaire si tratta di ancorare la poesia a una forma di amoralità, andando di pari passo con le sue scelte di esteta.

Il poeta maledetto e il diavolo

È così definito da Verlaine nel 1884, quando cita i suoi contemporanei, Rimbaud e Mallarmé. La terminologia vale anche per Baudelaire che, con il suo processo, è stato messo ai margini. La società ha condannato l’artista come nelle scritture Dio ha condannato Satana.

Il Diavolo accompagna il poeta maledetto nella creazione. Baudelaire prova una forma di empatia con Satana a causa della sua miseria ma anche a causa del suo potere negatore che lo eleva al rango di creatore. La sezione “Rivolta” elogia così tre figure che si opposero a Dio, cioè Satana, Caino e San Pietro.

Ognuno di noi può considerarli come doppelganger del poeta che con la sua arte rifiuta il modello divino, la natura, insieme alle nozioni classiche di “Bello” e “Buono” che gli sono intrinseche. Di conseguenza, la dannazione volontaria diventa la condizione di una nuova arte.

La morte

È la fine del viaggio e l’inferno la sua dolorosa modalità di espressione. Questa ricerca del nulla è, tuttavia, una ricerca attiva, poiché impegna la creazione in direzioni assolutamente nuove.

Con la sua poesia finale, “Le voyage”, Baudelaire evoca la morte che diventa la meta ultima da raggiungere e che gli permetterà di “trovare qualcosa di nuovo”. L’ignoto non spaventa il poeta, perché quest’ultimo intuisce che solo la morte può ispirare poesie mai scritte prima.

È a causa di questo sconvolgimento che il poeta di Fleurs du mal è considerato oggi il padre della modernità poetica.

 

Perché i Fiori del male sono importanti

Lo abbiamo detto qualche riga fa. Perché l’opera è una rivoluzione. Il 25 giugno 1857, con l’uscita de I Fiori del Male, si inaugura un’era: la modernità, la nostra era.
Moltissime opere letterarie deriveranno da questo capolavoro. Le prime poesie di Mallarmé hanno chiarissimi riferimenti a Baudelaire. Arthur Rimbaud addirittura lo saluta come il primo e unico “veggente”. Verlaine vede in lui il primo dei “poeti maledetti”.
I simbolisti lo designano come il vero precursore del movimento.
E non finisce qui. Il movimento surrealista dichiarerà di trarre ispirazione da quest’opera.
Nel 1955, Yves Bonnefoy, grande poeta contemporaneo, scriveva nella sua prefazione a Les Fleurs du mal: “Ecco il libro maestro della nostra poesia”.

Baudelaire è il poeta della modernità e la sua poesia non si separa mai dall’esperienza vissuta. È il mondo reale, sensuale, talvolta maledetto, quello del “qui e ora” che ha sempre affascinato il poeta che oggi celebriamo e che affascina e sconvolge ancora tutti noi dopo un secolo e mezzo.

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