Il Labirinto del Fauno, tra il fantastico e il reale

Omaggio di Zoa Studio a Il Labirinto del Fauno

Con Il Labirinto del Fauno di Guillermo del Toro torniamo a parlare un po’ di cinema. Il nostro ultimo appuntamento con cinematografico risale infatti a “Viaggio nella Luna” di Georges Méliès.

Perché abbiamo scelto il 20 ottobre per parlarvi di questo film? 15 anni fa, nel 2006, il film usciva nelle sale Messicane, la terra natale di Guillermo del Toro.

Prima di spiegarvi di cosa parla questo film e perché lo fa, introduciamo il talentuoso regista.

Breve biografia di Guillermo del Toro

Il mago del trucco e degli effetti speciali

Guillermo Del Toro è uno sceneggiatore, regista, produttore cinematografico e romanziere nato a Guadalajara, in Messico, il 9 ottobre 1964. Riconosciuto per la sua capacità di porre domande umanistiche, Guillermo Del Toro sa soprattutto creare mondi dove il confine tra il fantastico e il reale è sottile.

Come molti altri registi, ha iniziato a girare piccole scene da bambino. All’età di 8 anni, ha preso in prestito la fotocamera da 8 mm di suo padre per mettere in scena i giocattoli dell’immaginario Pianeta delle scimmie.

Appassionato di scienza, è entrato all’Instituto de Ciencias per perfezionare le sue abilità negli effetti speciali. Durante questi studi si specializza nel truccarsi per il cinema e in questa occasione diventa allievo del famoso Dick Smith, truccatore americano, che ha lavorato sul set del film L’esorcista (1973).

Ha continuato a lavorare come truccatore e specialista di effetti speciali per dieci anni e ha anche fondato la sua compagnia, Necropia, nel 1980. Molto attivo, voleva vedere tutti gli aspetti della professione e quindi decise di fondare il Festival du Guadalajara film del 1986. Per aggiungere un’ultima corda al suo arco, lavora alla scrittura e alla regia di diversi episodi della serie messicana La Hora marcada, alla fine degli anni ’80.

Il successo da regista

Guillermo Del Toro utilizzerà tutto ciò che ha imparato nei suoi studi per progettare i suoi film futuri. La sua prima produzione è Cronos (1993), un film horror che annuncia i codici del regista: la commistione tra il reale e il fantastico. Il suo lavoro è stato riconosciuto nell’industria cinematografica e Guillermo Del Toro si è fatto un nome a Hollywood, dove si è trasferito per dirigere il suo nuovo film: Mimic (1997). Specializzato in film horror, che gli permettono di dare libero sfogo alla sua immaginazione, Guillermo Del Toro segue La Spina del Diavolo (2001). In questa occasione collabora con il maestro del cinema spagnolo: Pedro Almodovar.

In piena ascesa, il regista messicano dirige il vampiresco Blade 2 (2002) poi Hellboy (2004), due successi al botteghino. Non è stato fino a Il Labirinto del Fauno (2006) che Guillermo Del Toro è stato riconosciuto all’unanimità in Europa e negli Stati Uniti. Durante la prima proiezione, a Cannes, ha persino ricevuto una standing ovation di 22 minuti!

Guillermo Del Toro è ormai parte integrante del panorama hollywoodiano, con alcuni grandi successi come Hellboy 2: The Cursed Golden Legions (2008), The Hobbit: An Unexpected Journey (2011), per il quale ha scritto la sceneggiatura con il suo amico Peter Jackson, Pacific Rim (2013) e soprattutto il vincitore di Oscar La forma dell’acqua (2017).

Ad oggi, Guillermo del Toro è il regista messicano più premiato al mondo.

La trama de Il Labirinto del Fauno

Torniamo quindi al film da 22 minuti di applausi al suo debutto.

Spagna 1944. Nonostante la guerra civile spagnola sia finita grazie ai franchisti, la resistenza si organizza ed è attiva nella macchia mediterranea, nella speranza di rovesciare il potere fascista. È in questo contesto travagliato e violento che il capitano Vidal si insedia in un vecchio mulino, con l’obiettivo di annientare i guerriglieri che si nascondono nella foresta circostante.

Ofelia, 12 anni, arriva con sua madre Carmen, incinta del capitano Vidal, il suo secondo marito. Di fronte alla violenza che percepisce nel patrigno e nell’ambiente angosciante della casa, Ofelia si rifugia nelle favole. Pochi giorni dopo, guidata da un insetto alato che immagina essere una fata, Ofelia scopre un labirinto ai margini della foresta, abitato da un fauno dall’aspetto inquietante.

Il fauno le annuncia che Ofelia è in realtà Moana, la principessa perduta di un regno fatato. Per riconquistare il regno, deve superare tre prove pericolose per dimostrare di essere ancora “immortale”. Intanto il capitano Vidal si rivela sempre più brutale e tirannico e sta per schiacciare la resistenza.

A prima vista, il sesto film di Guillermo del Toro è un racconto fantastico con le sue creature magiche, i suoi orchi e il suo mondo tinto di paganesimo.

In realtà il regista riesce a mescolare la storia leggendaria e i miti antichi con una vera riflessione storica e politica, perché si tratta infatti di un film storico, che propone la sua visione di un periodo travagliato e complesso.

Il significato de Il Labirinto del Fauno

Con Il labirinto del Fauno, il regista messicano Guillermo del Toro, ci offre una sorta di sequel de La spina del diavolo, ambientato durante il periodo della guerra civile spagnola degli anni ’30.

Il Labirinto del Fauno affronta la violenza del dopoguerra degli anni Quaranta attraverso gli occhi di una bambina che cerca di dare un senso al mondo inquietante in cui vive, rifugiandosi nelle favole. Ancorato a una comprovata realtà storica, il film si articola secondo i codici del meraviglioso – genere che nega le leggi del mondo reale – offrendo così uno spiraglio di speranza incarnato dal sacrificio di Ofelia, metafora della possibilità di vittoria della resistenza spagnola e una rinascita della società, grazie alla forza della fede nell’immaginario.

Il labirinto del Fauno propone fin dall’inizio due storie distinte, quella dei due personaggi principali. Ofelia e Vidal si contrappongono, si intersecano e riecheggiano man mano che il film va avanti, fino a “impigliarsi per diventare uno alla fine”.

Da questa porosità tra mondi emerge la dimensione fantastica del film. L’alterazione delle leggi della realtà si annida nel progressivo intreccio tra la realtà storica del fascismo e l’immaginario di una giovane ragazza che si rifugia nelle favole per sfuggire all’orrore. In uno stile meno horror é lo stesso stratagemma che usa Tarsem Singh in The Fall, dove la giovane Alessandria ricoverata in opedale, usa le persone che vivono con lei la sua realtà, come protagonisti di storie fantastiche.

Narrativamente, i giochi di specchi tra il mondo reale e il mondo meraviglioso fanno coincidere le linee narrative di Vidal e Ofelia attraverso svolte avvenute secondo le convenzioni del genere fantasy, rivelando la mostruosità dell’uomo e l’abominio del sistema che egli rappresenta, cosa che vengono sfidate dai due temi principali del film, la scelta e la disobbedienza.

E poi ci sono infine liberazione e salvezza, culmine di un percorso iniziatico attivato dalla capacità di scegliere secondo le proprie convinzioni, che assumeranno la forma di una rinascita, incarnata nel film dalla metafora della gravidanza che percorre il film dall’inizio alla fine.

Tra il meraviglioso e il reale

Le strategie formali visive e sonore consentono a due universi distinti – quello reale e quello immaginario – di incontrarsi in una soluzione di continuità. Soluzione che fa riferimento agli stretti legami che i due universi mantengono nel corso del film.

Strutturano la sequenza e finiscono nel flashback che racconta tutta la storia passata della ragazza fino al punto in cui si trova all’inizio del film. Allo stesso tempo, rivelano che il punto di vista è quello di un bambino, rendendo più facile accettare la credibilità della dimensione fiabesca della narrazione.

L’intero film è costruito su corrispondenze figurative che funzionano come una sorta di filastrocche visive che strutturano la narrazione. Prendono la forma di oggetti, azioni o temi legati alle linee narrative dei due personaggi principali (Vidal e Ofelia).

Prendiamo ad esempio la foresta. Covo di esseri crudeli e pericolosi, nonché spazio iniziatico nei racconti, è il luogo in cui Ofelia scopre l’albero morto e affronta la sua prima prova con il rospo gigante che vi si nasconde. Un pò come la selva oscura di Dante.

Sede dei combattenti della resistenza, la foresta è anche uno dei principali ostacoli al perseguimento degli obiettivi di Vidal. Allo stesso modo, nella scena del banchetto offerto da Vidal, apprendiamo che il padre di Ofelia era un sarto, personaggio ricorrente nelle fiabe. I riferimenti ad Alice nel Paese delle Meraviglie sono nell’aspetto di Ofelia che indossa un abito che ricorda il personaggio di Lewis Carroll. Come Alice, Ofelia è curiosa e pronta a disobbedire.

Il numero tre

La ricorrenza del numero tre, emblematico delle fiabe, illustra significativamente l’intreccio che avviene tra i due universi. Numero magico per eccellenza, è il più delle volte associato nei racconti a prove iniziatiche che l’eroe deve affrontare.

Ne Il Labirinto del Fauno, Ofelia deve affrontare tre prove pericolose per ottenere l’accesso al regno e ridiventare principessa: quelle dell’albero morto, dell’uomo pallido e del sacrificio.

Nel mondo reale, Vidal si realizza come franchista attraverso tre momenti chiave che lo sposteranno verso il suo drammatico obiettivo: l’imboscata tesa ai ribelli e la tortura inflitta a uno di loro; la scoperta del tradimento del dottor Ferreiro e della governante Mercedes per conto dei ribelli; e infine, la scena finale in cui insegue Ofelia attraverso il labirinto.

Le linee narrative dei due protagonisti si sviluppano parallelamente tra loro, in modo quasi organico, e si intersecano attraverso oggetti – anch’essi spesso tre – che scorrono da un mondo all’altro, come vedremo in seguito, e che faranno emergere la dimensione fantastica del film.

Altrove nel film, tre piccole fate accompagnano Ofelia nel mondo dell’uomo pallido. E tre sono le porte, di cui solo una le permetterà di completare la seconda prova.

La simbologia de Il Labirinto del Fauno

Di elementi simbolici tra fantastico e reale, ne Il Labirinto del Fauno, ce ne sono molti. Ci concentriamo su alcuni.

Ad esempio i mostri che Ofelia incontra durante le sue prove rappresentano le ansie e le difficoltà causate dalla violenza che affronta nella vita reale. Se poi ci pensiamo, é lo stesso stratagemma in versione ironica che usa Joss Whedon in Buffy l’Ammazzavampiri!

Il rospo gigante e l’uomo pallido sono, nel contesto del film, rappresentazioni di sfaccettature del fascismo e dello stesso Vidal che ne è l’incarnazione. Vidal è il perfetto antagonista di Ofelia, sia a livello umano e reale che a livello magico, dove è l’orco.

Vari riferimenti visivi e simbolici riguardano il corpo della donna e la femminilità. Così, ad esempio, il motivo dell’utero si ritrova nelle corna stilizzate del fauno, nei disegni della sua fronte, a forma di albero cavo nella scena del rospo gigante.

O anche nelle macchie di sangue che compaiono forma nel libro dei sentieri che il fauno offre a Ofelia durante il loro primo incontro, e che fa presagire la morte durante il parto di Carmen. Un altro riferimento ai cicli delle donne e al simbolismo della gravidanza è che le tre prove devono essere completate prima della luna piena.

Ancora, il corpo della donna rappresenta dunque il territorio spagnolo “malato”, come Carmen, malata per colpa della gravidanza. Questa metafora si materializza nella scena in cui, la sera, Carmen, indebolita e preoccupata dai movimenti del nascituro, chiede a Ofelia di raccontarle una storia.

In aggiunta il labirinto che nasconde il pozzo dove si incontrano il fauno e Ofelia è il luogo in cui la bambina si sacrifica per rinascere meglio con i suoi genitori. Il pozzo labirinto, come il grembo materno, è un luogo di passaggio che indirizza l’essere umano alla sua destinazione finale.

Conclusione

È cogliendo le strategie narrative e stilistiche della fiaba e del fantastico che Guillermo del Toro riesce a produrre un film ibrido. Un ibrido che ammette la porosità tra universi ben distinti. Questa ibridazione non minaccia la logica del film e si basa su una struttura narrativa circolare, che rimanda alla forma del labirinto.

Permette di evidenziare le caratteristiche del sistema franchista che è autoritario e di mostruosa violenza. La speranza di un risveglio, che arriverà di fatto decenni dopo, passa attraverso l’iniziazione di una ragazza che rinascerà, cresciuta nella morte che sceglie di assumere. Implica anche la cura del territorio assimilato al corpo femminile, attraverso la metafora della gestazione.

A proposito di territorio, vi lasciamo alle parole del regista. Ecco la spiegazione su cosa significhi il suo territorio e come questo si intersechi nella sua vita e nella produzione cinematografica:

«Sarebbe un cliché dire che, poiché sono messicano, vedo la morte in un certo modo. Ma ho visto una certa dose di cadaveri, certamente più di un ragazzo medio del Primo Mondo. Ho lavorato per mesi vicino ad un obitorio, accanto al quale dovevo passare per poter andare al lavoro. Ho visto persone colpite da spari, mi sono state puntate pistole contro la testa, ho visto persone bruciare vive, pugnalate, decapitate… perché il Messico è un posto ancora molto violento. Quindi credo che un po’ di quell’elemento dei miei film provenga da una sensibilità messicana. Spero che questo film mi permetta di iniziare un nuovo percorso. Il modo in cui vedo il mio mestiere e le storie che racconto è completamente cambiato dopo questo film. Filmare Il labirinto del fauno è stato molto doloroso, ma è diventata anche una guerra sul fatto di non compromettermi”

#tellmeafable

#fightforyourrights

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