Artemisia Gentileschi, una donna oltre l’arte

Disegno di Zoa Studio con citazione di Artemisia Gentileschi
Disegno di Zoa Studio con citazione di Artemisia Gentileschi

Non è la prima volta che parliamo di donne straordinarie, vi ricordate ad esempio il recente articolo su Giovanna D’Arco?

Oggi, 8 luglio, in occasione dell’anniversario della nascita di Artemisia Gentileschi, artista e “proto-femminista”, vi raccontiamo la storia di una donna che ha lottato. Tanto. Proprio come Giovanna D’Arco, la Gentileschi ha lottato contro i pregiudizi, contro l’opinione pubblica, contro la violenza e contro la cattiveria di alcuni uomini. Iniziamo dal principio.

Infanzia e giovinezza di Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi nasce l’8 luglio 1593 a Roma da Prudentia Montone e Orazio Gentileschi, un noto pittore dell’epoca. Rimasta orfana all’età di 12 anni, Artemisia, oltre a prendersi cura dei fratelli minori,  mostra rapidamente un’attitudine per l’arte. Comincia infatti a seguire le orme del padre, prima sistemando qualche suo lavoro e poi facendone di propri.

Orazio era un amico di Caravaggio, il pittore che aveva stupito il pubblico di Roma realizzando gli scandalosi dipinti nella Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, inaugurata nel 1600, quando Artemisia non aveva che sette anni.  Orazio e Caravaggio furono accusati di aver scritto graffiti diffamatori per le strade di Roma su un altro pittore. Durante il processo, Orazio raccontò un aneddoto di Caravaggio che visitava spesso la sua casa per prendere in prestito delle cose. Questo faceva capire che Caravaggio era intimo con la famiglia Gentileschi e suggeriva che la figlia maggiore Artemisia lo avrebbe incontrato varie volte.

Indipendentemente da questo, quando Artemisia aveva 13 anni, Caravaggio fu coinvolto in un omicidio e costretto a fuggire da Roma a Napoli. Nonostante ciò, l’influenza di Caravaggio può essere facilmente riconoscibile sia nell’opera di Orazio che in quella di Artemisia.

Lo stupro

Nel 1611, Orazio fu assunto per decorare il Palazzo Pallavicini-Rospigliosi a Roma, insieme a un altro pittore, Agostino Tassi. Sperando di aiutare la diciassettenne Artemisia a perfezionare la sua tecnica pittorica, Orazio assunse Tassi come insegnante. Ciò diede a Tassi un accesso diretto ad Artemisia e durante una delle sessioni, in assenza del padre, la violentò. La descrizione è Artemisia stessa a farla, ed è tremenda.

«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne»

Dopo lo stupro, per rimediare a quanto accaduto, Artemisia iniziò una relazione more uxorio con Tassi, credendo che si sarebbero sposati, come accadeva all’epoca. Ma Tassi, in seguito, si rifiutò di sposarla e si scoprì che, in effetti, era già sposato.

Il processo

Come dicevamo all’inizio, Artemisia Gentileschi assomiglia in alcuni tratti a Giovanna D’Arco. Come lei subì un processo e vari esami e torture, per poi non essere creduta fino in fondo.

Orazio però prese l’inusuale decisione di sporgere denuncia contro Tassi per stupro e il processo successivo proseguì per sette mesi. La lunghezza del processo dipendeva dal fatto che Artemisia era  vergine prima che Tassi la violentasse e, come parte del procedimento giudiziario, Artemisia si sottopose a un esame ginecologico (per dimostrare la sua affermazione di essere vergine). E anche ad una prova ben peggiore per dimostrare che diceva la verità.  La prova era quella «dei sibilli», e consisteva nel legare i pollici con delle cordicelle che si stringevano sempre di più sino a stritolare le falangi.

Con questa drammatica tortura Artemisia avrebbe rischiato di perdere le dita per sempre, danno incalcolabile per una pittrice capace quanto lei. Lei, tuttavia, nonostante i dolori, non ritrattò la deposizione, perchè voleva vedere riconosciuti i propri diritti.  L’ appassionata testimonianza, in cui afferma che avrebbe voluto uccidere Tassi dopo lo stupro, fornisce un’indicazione sul suo personaggio e sulla sua determinazione.

Appare evidente che lo stupro e il processo influenzarono molti dei dipinti di Artemisia Gentileschi di quel periodo, che presentano scene di donne attaccate da uomini o in posizioni di potere in cerca di vendetta. Il più significativo: Giuditta che decapita Oloferne, il primo quello di sinistra dipinto poco dopo lo stupro.

Giuditta decapita Oloferne -Artemisia Gentileschi
Giuditta decapita Oloferne -Artemisia Gentileschi

Alla fine, Tassi fu dichiarato colpevole e fu punito con l’esilio da Roma. Ma Tassi in realtà non se ne andò mai perchè ricevette protezione dal Papa grazie alla sua abilità artistica e perchè molti testimoni prezzolati al processo sparsero la voce che Artemisia Gentileschi fosse una poco di buono.

La nuova vita di Artemisia Gentileschi

Un mese dopo il termine del processo, Orazio prese accordi con Artemisia che sposò l’artista Pierantonio Stiattesi. La coppia si trasferì nella città natale di Stiattesi, a Firenze.

Qui Artemisia ricevette una delle sue prime commissioni importanti, per un affresco nella Casa Buonarroti, la casa di Michelangelo, che il pronipote del pittore stava trasformando in un museo.

In aggiunta, Artemisia divenne la prima donna ad essere accettata nella prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno. Ciò le permise di acquistare le sue forniture artistiche senza il permesso di suo marito e di firmare i propri contratti. Ottenne anche il sostegno del Granduca di Toscana, Cosimo II de’Medici, da cui ricevette numerose commissioni piuttosto redditizie. Il marito di Artemisia amava molto spendere i soldi della famiglia conducendo una vita sopra le loro (comunque buone) possibilità.

Nel 1618, Artemisia e suo marito ebbero una figlia, Prudentia, che prese il nome dalla madre defunta di Artemisia. Intorno a questo periodo, Artemisia iniziò una relazione appassionata con un nobile fiorentino chiamato Francesco Maria di Niccolò Maringhi. Il marito di Artemisia era a conoscenza della relazione e usava le lettere d’amore di sua moglie per corrispondere allo stesso Maringhi. Sembra addirittura che Maringhi fosse parzialmente responsabile di mantenere la coppia finanziariamente , vista la cattiva gestione del denaro da parte di Stiattesi.

I problemi finanziari, insieme alle voci diffuse sull’infedeltà  di Artemisia, portarono ad una rottura della coppia e, nel 1621, Artemisia tornò a Roma senza suo marito. Non ebbe tanto successo a Roma come aveva sperato e verso la fine del decennio trascorse un po ‘di tempo a Venezia, presumibilmente alla ricerca di nuove commissioni.

Gli ultimi anni

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