Il mio film con Johnny Cash

JC
Ritratto di Johnny Cash di ZOA-STUDIO.

Per ricordare il genio, il talento, il mito di Johnny Cash nell’anniversario della sua scomparsa (12 settembre 2003), abbiamo pensato ad un’immaginaria intervista, qui nel blog ZOA-STUDIO, prendendo come spunto l’autobiografia e precedenti interviste del cantautore americano.

ZS: Buongiorno Mr. Cash, ci racconta qualcosa del giovane Johnny Cash?

JC: Il mio nome è John R. Cash. Sono nato il 26 febbraio del 1932 a Kingsland, in Arkansas. Ho sei fratelli: Roy, il maggiore, Loise, Jack, Reba, Joanne e Tommy. Siamo tutti cresciuti lavorando nei campi di cotone. Ho sposato Vivian Liberto, di San Antonio, Texas quando avevo 22 anni, e con lei ho avuto quattro figlie: Rosanne, Kathy, Cindy e Tara. Vivian ed io ci siamo separati, e nel 1968 mi sono risposato con June Carter, che tuttora è mia moglie (approfondimenti sulla storia tra i due all’articolo https://zoastudio.wordpress.com/2019/06/23/walk-the-line/). Abbiamo avuto un figlio, John Carter, il mio unico erede maschio. June aveva già due figlie, Carlene e Rosie, da un precedente matrimonio. Oggi abbiamo un totale di 12 nipoti e così tanti parenti acquisiti che June ci scherza sempre quando è sul palco.

La mia vita lavorativa e facile da riassumere: da ragazzo ho lavorato nei campi di cotone, da adulto nella musica. Nel periodo di mezzo ho fatto l’operaio in una fabbrica di automobili del Michigan, il radio intercettatore per l’aviazione americana In Germania, il venditore porta a porta per l’Home Equipment Company di Memphis, in Tennessee. Me la cavavo bene con le radio, non altrettanto con la vendita porta a porta, e odiavo il lavoro in catena di montaggio. Il mio primo disco fu con la Sun Records di Memphis, etichetta gestita da Sam Phillips, che a quel tempo aveva sotto contratto Elvis Presley( Hail to “The King”), Carl Perkins, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison e Charlie Rich.

Johnny Cash
In alto a sx raccolta cd Johnny Cash Trilogy, in alto a dx dvd Johnny Cash Concert Behind Prison Walls, al centro ritratto a matita di ZOA-STUDIO, in basso a sx L’autobiografia di Johnny Cash.

ZS: La musica sembra giocare una parte importante nella sua vita fin dall’inizio. Quando l’ha ascoltata, per la prima volta?

JC: Rammento mia madre che suonava la chitarra. Prima di iniziare ad andare a scuola. Avevo quattro o cinque anni, ma so che cantavo insieme a lei. Un mucchio di canzoni della Carter Family. Non me ne viene in mente una in particolare, ma so che erano canzoni gospel, canzoni di Chiesa.

ZS: Cantava quelle canzoni in famiglia? Qual era la reazione?

JC: O beh, lo sai come sono le famiglie. Papà mi dava una pacca sulla spalla e diceva che tutto era molto bello, ma che avrei fatto meglio a pensare a qualcosa che un giorno mi consentisse di mangiare. Mia madre era al cento per cento dalla parte della mia musica. Quando avevo 16 anni voleva che io prendessi lezioni di pianoforte di canto. Fece anche dei lavori da lavandaia per procurarsi il denaro. Di lezioni di canto credo di averne presa una. L’insegnante mi disse che poteva bastare, perché continuare avrebbe potuto influenzare la mia dizione.

ZS: Tornando alla sua infanzia, musicalmente quale fu il passo successivo?

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Johnny Cash con il fratello Jack Cash.

JC: Iniziai a scrivere canzoni più o meno a 12 anni. O meglio, poesie con una musica di accompagnamento. Erano canzoni d’amore, tristi. Credo che centrasse parecchio la morte di mio fratello Jack, quando avevo 12 anni. Le mie poesie allora erano estremamente tristi. Io e mio fratello eravamo davvero molto vicini.

 

ZS: Ci racconta qualcosa in più del suo rapporto con Jack? Come ha influenzato la sua vita?

JC: La sua influenza su di me è ancora profonda. Quando eravamo ragazzini, aveva sempre cercato, con il suo atteggiamento, di riportarmi sulla retta via e di tenermi lontano dagli errori. Da quando è morto, le sue parole e il suo esempio sono diventati per me è un punto fermo. Nei momenti più difficili della mia vita, la prima domanda che mi sono fatto è sempre stata: “cosa avrebbe fatto Jack al mio posto?“ Molte volte non mi sono comportato come avrebbe fatto lui, ma perlomeno ero consapevole di quale sarebbe stata la sua scelta. Per dirla in termini più semplici, la mia coscienza ha sempre funzionato bene, anche negli anni in cui l’autodistruzione sembrava aver preso il sopravvento. Era la parte oscura di me che faceva spallucce e continuava imperterrita (e a volte lo fa ancora), anche se la voce della coscienza non ha mai smesso di rimproverarla.

Vorrei raccontarvi altro su Jack. Quando ero ragazzo, gli adulti ci dicevano che eravamo una generazione apatica e senza ideali, una critica che ricade ancora oggi sulle nuove generazioni e che la mia stessa generazione fece ai suoi figli negli anni 60. Non ho mai creduto che quelle parole fossero vere, né allora né oggi. Ho sempre creduto ai miei occhi e alle mie orecchie: Jack non era un ragazzo pieno di valori, e come lui ce ne erano molti. Non penso che le cose siano cambiate molto. Quel quelle parole non erano vere negli anni 60, quando scrissi What Is Truth? e lo stesso vale per oggi.

Per me le definizioni “generazione X” o “generazione perduta” non hanno mai avuto molto senso. Ci sono un sacco di bravi ragazzi capaci di fare la scelta giusta proprio come Jack. Forse sono solo aumentate le distrazioni. La vita non è semplice come un tempo.

ZS: Torniamo alla musica, come nascono le sue canzoni?

JC: Come nascono le mie canzoni? Non ci sono una formula e un metodo ben preciso. Succede in modo diverso per ogni canzone. Per esempio ho scritto I Walk the line mentre ero in tournée in Texas nel 1956 e mi riusciva difficile rimanere fedele a mia moglie, era rimasta a Memphis. Ho incanalato quelle emozioni nei primi versi della canzone e l’ho cantata a Carl Perkins nel backstage di un concerto.

ZS: Visto che abbiamo nominato “I Walk the Line”, questo fu il suo primo vero successo. Provò una sensazione in particolare al termine dell’incisione?

JC: Pensai che fosse una canzone molto buona, ma non ero convinto della registrazione. Quando la sentii alla radio per la prima volta mi trovavo in Florida, e chiamai Philips implorandolo di non pubblicarne altre copie. Pensavo che fosse un disco tremendo, orribile. Lui rispose di aspettare e vedere. Ma io non volevo saperne. Pretendevo che finisse lì e basta. Mi infuriai con lui per questo. Pensavo che suonasse malissimo. E lo penso tuttora. Il problema era l’arrangiamento. E non mi piacevano il suono, la modulazione e tutto il resto. Ma fu proprio questo a rivelarsi la componente più commerciale del disco. Sam aveva ragione.

ZS: Parliamo sempre delle sue canzoni. Ha dei ricordi speciali al riguardo?

JC: Certo, parecchie mie canzoni mi ricordano qualcosa: come mi è capitato di scriverle, dove mi trovavo quando uscirono, e così via. Scrissi Get Rhythm per Elvis ma non gliela feci mai ascoltare prima di inciderla io stesso. Come in Stranger era semplicemente la canzone sulla mia vita in tour.

ZS: A proposito di canzoni e registrazioni…Quale fu la sua sensazione quando strinse tra le mani il suo primo disco? Per lei deve essere stato un gran giorno.

JC: Fu la sensazione più fantastica di tutta la mia vita. Ricordo di aver firmato il contratto discografico proprio il giorno dell’uscita del disco. Allora, quando uscii dalla Sun avevo in mano sia il contratto sia Hey Porter. E 15 centesimi in tasca. Ricordo di essere uscito dallo studio, e che per strada c’è un barbone. Gli diedi i 15 centesimi. È vero. Poi portai il disco alla stazione radio locale tenendolo come se fosse un dipinto di un antico maestro. E il dj lo fece cadere e il disco si ruppe. Fu un incidente.

Dovetti aspettare l’indomani per ottenerne un’altra copia. Quel fatto mi spezzò davvero il cuore. Ma il pezzo ebbe un’ottima programmazione, specie al Sud. Il primo manager di Presley, Bob Neal, mi chiamò perché voleva che tenessi alcuni concerti insieme a Elvis. Il primo fu Overton Park a Memphis. Io suonavo Hey Porter e Cry Cry Cry e la reazione era buona, davvero buona.

ZS:  concludiamo ora con qualche curiosità, Mr Cash, che si chiedono i suoi numerosi ammiratori. Perché è finito in prigione?

JC: Al contrario di quello che si potrebbe pensare, non sono mai stato in prigione. È una diceria che si è sparsa a causa di Folsom Prison Blues, il mio grande successo del 1955, che ho scritto usando come punto di vista quello di un pregiudicato impenitente. Dodici anni più tardi, ho intitolato un album Johnny Cash at the Folsom Prison, ma in realtà, non sono mai stato in carcere in vita mia. Durante gli anni in cui facevo uso di anfetamine, ho trascorso qualche notte in gattabuia, ma mai per più di una nottata. Sarà successo circa sette, otto volte in tutto, in posti in cui la polizia locale aveva deciso che la cosa migliore nelle mie condizioni era passare una nottata in cella. Non posso dire di aver provato cosa vuol dire stare in carcere, però una cosa l’ho imparata: è inutile ribellarsi.

Una volta ho preso a calci le sbarre di una cella in Starkville, in Mississippi, e mi sono rotto l’alluce. Ci sono alcuni che non credono alla mia versione dei fatti, e mi è capitato più di una volta di dover litigare con persone fermamente convinte che io sia stato un criminale per gran parte della mia vita. Tutto quello che posso dire a mia discolpa e che il verso di Folsom prison blues che dice Ho sparato a un uomo a Reno, solo per guardarlo morire, che ancora oggi ottiene un’ovazione da parte del pubblico, specialmente da quello più controcorrente, era solo evocativo, e non autobiografico. Mentre scrivevo la canzone pensavo quale potesse essere il motivo peggiore al mondo per volere uccidere una persona, e quella è stata la prima immagine che mi è venuta in mente.

ZS: Un’altra curiosità: perché si veste sempre di nero?

JC: Innanzitutto non è sempre così. Quando non sono in pubblico, indosso quello che mi pare. Ma quando sono sul palco, lo indosso sempre, e per molti motivi. Il primo ovviamente la canzone Man in black, che ho scritto nel 1971. Allora conducevo uno show in televisione, i giornalisti mi  chiedevano spesso come componevo le canzoni, così decisi di rispondere dando un messaggio. Quando cantavo vestito di nero, lo facevo per i poveri dimenticati della società, coloro che vivono nella disperazione. Mi vestivo di nero per i carcerati che hanno da tempo pagato per i loro crimini ma sono costretti alla reclusione perché capri espiatori della società, per gli anziani soli e malati. E, last but not least, mi vestivo di nero in segno di lutto per tutte quelle centinaia di giovani che ogni settimana morivano in Vietnam.

ZS: abbiamo appena detto che quando non è in pubblico, indossa quello che le pare. Che cosa le piace fare nel suo privato?

JC: stare con la mia famiglia, viaggiare a bordo della mia Cadillac e leggere. Ultimamente mi sto appassionando alla lettura di blog di musica e di attualità, il mio preferito è quello di Zoa-Studio : pure rock and roll style!

Quest’ultima frase OVVIAMENTE l’abbiamo inserita noi, ma non abbiamo dubbi che, se Johnny Cash fosse ancora qui tra noi, ci avrebbe letto con piacere, per ritrovare in queste pagine anche un po’ dei suoi ricordi.

#surrealbutnice

#incredibleinterview

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Ottimo post. Sono sempre più orgoglioso di essere da tempo un tuo follower.

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